Berberè: di che pizza sei?

Spazi conviviali e accoglienti dove si serve un cibo buonissimo: è questa la mission dei ristoranti Berberè. Un mix non solo nel nome.

di Laura Verdi

Foto di Francesca Sara Cauli e Bruno Gallizzi

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Berberè è un mix di spezie della tradizione marocchina, non c’entra con la pizza che si gusta nei locali ma ci piaceva la parola, il suono rotondo, morbido, che rotola in bocca”, afferma Samantha Cavicchi di Comunicattive, l’agenzia di marketing e comunicazione che ha studiato il naming, il moodboard e la grafica, e che seleziona gli artisti per gli interventi di wall painting nelle location del nuovo brand dei due fratelli Aloe, Matteo e Salvatore. Manager uno e cuoco l’altro, hanno aperto il primo locale otto anni fa a Bologna, con l’intento di servire una pizza buonissima, in ambienti gradevoli e accoglienti, con cortesia. Un mix vincente dal momento che oggi i locali sono nove, otto in Italia e uno a Londra. Alla base del successo sicuramente la qualità del prodotto realizzato con ingredienti biologici, utilizzo di solo lievito madre e una lunga fermentazione con l’idrolisi degli amidi, una tecnica effettuata utilizzando solo acqua e grano.

Quando lì si giocava alle bocce

È curioso che ogni Berberè sia differente dall’altro. “Ci lasciamo guidare dalle potenzialità del luogo”, spiega Giampaolo Ghersi di Rizoma Architetture, lo studio bolognese che segue il brand, “senza imporre per forza la firma dell’architetto. I progetti nascono da una stretta collaborazione a tre: i titolari, lo studio di comunicazione e lo studio di architettura, puntando molto, oltre che sull’impatto estetico, sull’aspetto funzionale. Fondamentale è il posizionamento del forno per le pizze, sempre al centro della scena, la cucina e il bancone”.

Le location, scelte direttamente da Matteo e Salvatore, sono già di per sé molto particolari: a Bologna in un ex circolo Arci dove sono stati mantenuti dei murales originali, a Milano il primo è nel quartiere dei Navigli e il secondo in zona Isola, nella storica sede del circolo Sassetti, centro aggregativo creato nel 1911 per i soci della omonima cooperativa edile, mentre a Firenze la location è in Borgo San Frediano. Sono invece ambientati in ex siti produttivi i Berberè di Roma e Torino: il primo nell’originario stabilimento della Peroni e il secondo nell’ala in disuso dell’azienda Cimat, con un concept architettonico che conserva tutti i tratti e il fascino della vecchia fabbrica, con altezze significative e una commistione con elementi architettonici tipici dell’archeologia industriale.

Quella bambina con il costume anni Venti

Ma seppur uno differente dall’altro, si percepisce un piacevole filo conduttore nella semplicità delle scelte stilistiche, come è semplice e artigianale il cibo che viene servito. Un sapore retrò, quello delle vecchie trattorie, viene riproposto nella scelta di arredi vintage, come le sedie in formica così comuni negli anni post guerra, con i rivestimenti e i pavimenti in marmette o in ceramica bianca di piccolo formato dalla superficie lucida e i banconi in marmo. Le boiserie preziose lasciano il posto a boiserie dipinte con colori pop che corrono lungo i muri tinteggiati di bianco o direttamente sui mattoni stonacati e lasciati a vista. Inoltre, ogni location è caratterizzata da wall painting realizzati da artisti locali. “Abbiamo voluto puntare molto sulla street art per sottolineare lo stretto legame di ogni location con la città”, spiega Samantha. E così a Milano, sui Navigli, sul muro di fondo si staglia l’immagine di una bagnante degli anni Venti, a Roma ci sono due lupi ritratti nella posa della lotta o del gioco. Cifra comune è anche l’utilizzo di immagini ritagliate da vecchie cartoline stampate nelle città di riferimento o da fotografie reperite in sito per realizzare promo card o utilizzate sui menu che raccontano gli ingredienti delle pizze.