The Jaffa

Un ex ospedale del XIX secolo convertito in un hotel che mescola minimalismo e cultura locale. È The Jaffa e lo firma, tra sorprendenti richiami Seventies, l’architetto John Pawson che con questo progetto inaugura il primo hotel israeliano della Luxury Collection di Marriott Group

di Alessia Delisi

foto di Amit Geron

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Recentemente inaugurato a Tel Aviv, nell’antico quartiere portuale di Giaffa, The Jaffa è un elegante edificio che nel XIX secolo ospitava un ospedale francese e un convento e che ora, nelle mani minimaliste dell’architetto britannico John Pawson, si è trasformato in un hotel sorprendente, parte del marchio Luxury Collection di Marriott Group.“Il mio progetto più lungo e personale” lo ha non a caso definito Aby Rosen, fondatore della RFR Holding di New York, che ha acquistato la struttura e che al suo fianco, nel progetto di ristrutturazione durato oltre un decennio, ha voluto anche l’architetto israeliano Ramy Gill e un team di esperti di restauro. Il risultato è un sapiente mix di antico e moderno, un lussuoso hotel la cui storia architettonica viaggia attraverso i secoli, arrivando fino ai giorni nostri, con la creazione di un nuovo edificio di sei piani situato alle spalle dell’ex ospedale.

Echi Seventies per The Chapel

Nella parte storica materiali e dettagli di un tempo – pietra, stucchi, vetrate – convivono con arredi contemporanei dalle forme sinuose e i colori vivaci, come le sedute “Botolo” disegnate nel 1973 da Cini Boeri per Arflex o i pouf e i tavolini in tubolare cromato al posto di più austere panche in mogano. Accade nello spettacolare The Chapel, un tempo cappella dell’ospedale e oggi lounge bar con soffitti a volta e tanto di altare convertito in bancone e consolle per dj set. Immortalati in memorabili scatti in bianco e nero, Frank Sinatra, Gregory Peck e altri divi hollywoodiani degli anni Cinquanta fanno capolino dalle nicchie neoromaniche, alternandosi a immacolate vesti liturgiche e godendosi ogni sera lo spettacolo di questo club esclusivo, dove, tra echi Seventies, sacro e profano si mescolano con velata ironia.

Minimalismo e cultura locale

Con piglio sapiente e lieve il progetto di Pawson rielabora storia e cultura locali, incorporando nell’edificio l’architettura mediorientale, visibile nelle Masharabiya, tradizionali grate protettive in legno i cui motivi arabeggianti ritornano, nella variante metallica, nelle finestre e nei balconi dell’hotel. Le 120 camere e suite che, insieme ad altri trenta appartamenti, compongono la vecchia struttura sono collegate tra loro attraverso suggestivi porticati che si affacciano su spazi aperti, nonché su un lussureggiante cortile centrale, disegnato, come tutto il sistema paesaggistico, dal pluripremiato studio di progettazione Rees Roberts + Partners. All’interno pareti bianche e arredi minimalisti dialogano con le fotografie dell’artista israeliano Tal Shochat. Essenziale e rigorosa anche la zona piscina, situata nel cortile interno e addolcita soltanto dai mattoni a vista dei muri circostanti.

Una lobby modernista

Adiacente alla vecchia struttura, il nuovo edificio progettato da Pawson presenta luminose camere caratterizzate da soffitti a volta e lo stesso minimalismo neutro. Cuore della costruzione è però la lobby modernista che comprende i resti di un muro bastionato risalente al XIII secolo – tanto più straordinario perché unico esemplare superstite in tutto il vicino Medio Oriente – e scoperto durante gli scavi. Qui lo stile arabo convive con quello neoromanico e non mancano acclamati pezzi di design, come le sedute di Pierre Paulin o quelle di Shiro Kuramata per Cappellini. Si alternano alle opere d’arte di Damien Hirst – i suoi celebri “spin paintings” – e ai tavoli “Sheshbesh” che lo stesso Pawson ha concepito come omaggio a una sorta di backgammon, tradizionale passatempo dei mercanti arabi.