Teresa Sapey

Per Teresa Sapey non ci sono dubbi: l’architettura nasce dalle emozioni e le emozioni si comunicano attraverso il colore che, lontano dall’essere superficie piatta, è materia, volume, vita. Per questo il suo approccio si configura come un gesto artistico totale

di Alessia Delisi

Previous Next

Energica, ironica, sorprendente, Teresa Sapey ha fatto del colore l’ingrediente irrinunciabile di tutti i suoi progetti, dagli alberghi della catena spagnola Room Mate fino all’Hotel Nhow di Marsiglia. Ribattezzata da Jean Nouvel “Madame Parking” – suo è infatti l’interesse verso i “non luoghi” che la contemporaneità tratta superficialmente, ma che lei desidera invece riscattare – alla sottrazione dice di preferire l’addizione, accentuando anche cromaticamente le caratteristiche di spazi che nelle sue mani si trasformano quasi in opere d’arte, espressione di una creatività senza confini.

Il suo lavoro è oggi apprezzato per il modo in cui applica il colore e la luce agli spazi: da dove nasce questo interesse?

Mi sono laureata al Politecnico di Torino, ma ho anche la laurea in Belle Arti presa alla Parson School of Design di Parigi, quindi ho una doppia formazione, da architetto e da artista. Mentre studiavo al liceo classico poi, mio padre mi mandava a bottega da Eugenio Comencini, pittore piemontese che nella sua carriera ha sempre fatto largo ricorso al colore. Per questo ho iniziato a usare il colore giovanissima: per me va oltre la semplice stratificazione, è materia, è volume, è vita.

Di quali stimoli si nutre?

Credo che gli stimoli siano tanti: la vita stessa è uno stimolo, la “smartlife” – perché ormai viviamo con lo smartphone – lo è, come lo sono i social, soprattutto Instagram di cui sono una addicted. Mi nutro quindi di piccole emozioni che arrivano inaspettatamente. A volte l’ispirazione può venire da un oggetto, altre volte da una parola o un articolo che leggo e altre volte ancora da una diversa maniera di leggere un’opera d’arte.

Come si fa quindi a suscitare emozioni attraverso il colore?

I colori sono tutti ugualmente belli ed emozionanti e non ce n’è uno che valga più di un altro. Bisogna solo saperli usare e dosare nel modo giusto, un po’ come gli ingredienti in cucina. Faccio questo paragone gastronomico perché credo che anche l’architettura vada “a peso”. A volte si hanno delle ottime idee, ma se “pesate male” il risultato non sarà all’altezza. Ritornando quindi ai colori, a seconda di come li si abbina è possibile creare degli spazi capaci di suscitare questa o quella emozione.Non dimentichiamoci poi che ogni colore ha una storia: per realizzare il Room Mate Bruno Hotel di Rotterdam, ad esempio, non avrei potuto non adoperare il rosso, il giallo, il blu e il nero, perché è la città dove è nato il movimento De Stijl e credo che si debba anche rispettare la tradizione cromatica di un luogo.

Quanto è possibile giocare con il genius loci quando si progetta uno spazio?

Il genius loci è per me la matrice genetica che differenzia un progetto da un altro. Non basta infatti essere un grande creatore, bisogna anche riuscire a leggere il territorio, il cliente e il luogo. Questo è il genius loci che l’architetto non deve schiacciare con la sua personalità. Io ho un’attitudine ironica che mi permette di entrare e uscire da un progetto e credo che se puoi uscire dal tuo pensiero e dalla tua creazione, allora puoi anche vederne i punti deboli e migliorarla.

La moda è effimera e veloce, lo stesso non può dirsi dell’architettura. Ritiene che il colore possa in qualche modo fare da trait d’union tra le due discipline?

Il colore può rappresentare la parte effimera del progetto, capace quindi di rinnovare lo spazio, identificandolo diversamente. L’effetto del giardino gelato che ho creato al Room Mate Bruno Hotel di Rotterdam ad esempio lo si ottiene solo se si usa il blu. Ho scelto questo colore perché il cemento armato era già così freddo che ho voluto raffreddarlo ulteriormente. A volte infatti è meglio accentuare i difetti del genius loci. Al contrario, ho scaldato con il rosso e il giallo il parcheggio dell’Hotel Silken Puerta de América di Madrid. Mi piace usare i colori in modo sorprendente, ironico.

Perché ha scelto la Spagna come patria d’elezione?

La cultura spagnola è solare, in questo senso mi appartiene molto soprattutto nell’uso di colori accessi e nella scelta “tagliente” degli abbinamenti: il giallo con l’arancione, il rosa shocking con l’oro e i pois. Ma queste scelte cromatiche rispondono anche alle richieste della committenza di progetti forti, che osino e sappiano emozionare il cliente.

Qual è il progetto più complesso con cui si è confrontata?

Sicuramente l’Hotel Nhow di Marsiglia, una giungla di pilastri con quel tunnel, lunghissimo, buio e con i soffitti bassi, che legava le acque termali all’acqua marina. L’ho trasformato completamente in un caleidoscopio di piani e colori, tagliando, frantumando ulteriormente lo spazio.

Jean Nouvel l’ha ribattezzata “Madame Parking”, perché si è avvicinata alla riprogettazione dei cosiddetti “non luoghi”?

Un architetto non deve progettare solo case, negozi, uffici e alberghi, ma saper realizzare qualsiasi spazio gli propongano che sia degno di essere progettato. Non ci sono architetture di serie A o di serie B, ci sono soltanto buoni architetti o cattivi professionisti. Io poi lo trovo un grande onore essere “Madame Parking”, come mi ha definita Nouvel.

Che tipo di dialogo instaura tra il progetto architettonico e il design d’interni?

Per me un progetto architettonico va dal macro al micro. Sono un architetto vecchia scuola in questo, e penso che si debba realizzare dal grattacielo alla lobby fino alle piastrelle, alla scrivania e alle maniglie. Tutto ha lo stesso valore per me, basti pensare che per l’Hotel Indigo di Madrid ho progettato persino i cuscini.

Potrebbe approfondire il suo concetto di falso in riferimento all’uso dei materiali?

Credo che l’architetto debba essere figlio del suo tempo e utilizzare al meglio tutti i materiali che ha a disposizione. Ho realizzato un intero hotel, il Room Mate Pau di Barcellona, utilizzando un finto legno ceramico che, oltre a essere versatile, dà un effetto caldo quando, ad esempio, è impiegato per i pavimenti e i muri del bagno.

Seguendo il ritratto del millennial, perennemente a caccia di stimoli per sé e il proprio smartphone, quali emozioni deve saper suscitare l’hotel che si rivolge a questo target?

Trovo che oggi si faccia sempre più fatica ad avere emozioni cerebrali, dell’anima. Chi va in un hotel lo ha già visto attraverso lo schermo del proprio smartphone e quello che fa, una volta arrivato, è quindi limitarsi a verificare che sia tutto come se l’era immaginato. Siamo diventati quasi dei collaudatori di spazi, per questo niente ci sorprende più. Bisogna perciò saper creare dei luoghi capaci di andare oltre l’immagine trasmessa dai social e dai siti internet. Gli hotel poi vanno fatti non solo per i turisti, ma anche per i locali: devono essere il fiore all’occhiello della città.