Studiopepe

Frutto di una visione eclettica e di un approccio multidisciplinare, i progetti di Studiopepe si basano sulla sperimentazione e la continua ricerca di colori, texture e materiali. Uno studio tutto al femminile fondato da Arianna Lelli Mami e Chiara di Pinto, che insieme realizzano concept identitari e iconici, dal forte impatto estetico ed emozionale

di Antonia Zanardini

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I progetti di Studiopepe sono unici, sempre riconoscibili per la loro forte identità iconografica, basata sulla sperimentazione, la ricerca continua di colori e materiali e la contaminazione tra diversi ambiti e linguaggi. L’attività dello studio – fondato a Milano nel 2006 da Arianna Lelli Mami e Chiara Di Pinto – spazia dall’architettura all’interior design, dalla progettazione del prodotto alla brand image e direzione creativa, con un approccio multidisciplinare che unisce una visione poetica a un design rigoroso, in un continuo gioco di contrasti e assonanze, di divertimento e ricerca. Un approccio che, come loro stesse raccontano, nasce dalla loro innata curiosità…

Studiopepe spazia dallo styling all’interior design, dall’art direction alla consulenza creativa e al design di prodotto: da dove nasce questo approccio così vario e multidisciplinare? 

Abbiamo studiato design al Politecnico per cinque anni ma non siamo diventate subito designer, o meglio: lo eravamo fin da subito ma non in modo ‘tradizionale’. Abbiamo iniziato progettando storie e ambientazioni, creando mondi immaginari in cui il design potesse vivere ed essere interpretato. Poi abbiamo avuto voglia di cimentarci in progetti bespoke, sono piaciuti a molti nostri clienti e così abbiamo iniziato a lavorare come product designer. L’essere versatili e spaziare tra diverse discipline è stato casuale ma naturale, è nato dalla nostra innata curiosità… e forse le cose migliori nascono proprio in questo modo.

I vostri progetti hanno sempre una forte identità iconografica. Come nasce un vostro progetto e cosa lo ispira? Quale lo spunto e quale il percorso per svilupparlo?

Il nostro approccio progettuale si basa sulla continua ricerca di colori e materiali in relazione alle loro forme e all’ambiente. Di solito ci piace lavorare con forme classiche, creare variazioni di forme archetipiche – quelle che sono nella nostra cultura da sempre – usando materiali e colori per reinterpretare un pezzo piuttosto che inventare forme inedite. È molto interessante lavorare su oggetti che fanno da sempre parte del paesaggio domestico, “abitanti silenziosi”…

In generale il nostro design parte da un’esigenza specifica, uno studio delle proporzioni, una giustapposizione di forme geometriche e una dichiarazione d’amore per materiali e dettagli preziosi. Il risultato è un design molto semplice, ma molto raffinato che potrebbe essere dell’era Déco o addirittura degli anni Ottanta, ma che sembra ancora contemporaneo. Alcune forme sopravvivono a tutte le epoche grazie alla loro forza e semplicità, e questo è ciò che le rende senza tempo.

Colore, materia, accostamenti originali e inattesi: è questo il fil rouge che collega il vostro lavoro? Avete una vostra palette colori o una “materioteca” ideale?

Abbiamo una estesa materioteca reale che raccoglie anche samples di colori e pattern, ma cambia in continuazione. O meglio: c’è una sorta di base costante e poi alcuni accenni che sono veramente legati a un momento o a un mood specifico. Faccio un esempio: da tempo amiamo molto i materiali con una texture, dai cementi alle scagliole lavorate, ma anche elementi più poveri come il calcestruzzo o le pietre bocciardate, poi a questa base sovrapponiamo un colore insolito, un vetro trasparente ma colorato, una rete di metallo. È sempre una questione di stratificazioni, un gioco di contrasti e assonanze e, soprattutto, di divertimento e ricerca.

L’interior dell’Okko Hotel Paris Gare de l’Est è il vostro ultimo lavoro: come avete sviluppato il tema progettuale?

Il mood che abbiamo voluto creare per Le Club dell’Hotel Okko a Parigi tiene in considerazione i desiderata del cliente di un progetto di facile fruibilità e manutenzione, e allo stesso tempo dà origine a uno storytelling legato alla ‘stazione’ e a tutto l’immaginario delle sale di attesa, delle dinette alla Hopper, luoghi in cui si va e si viene, che devono essere confortevoli ma allo stesso tempo aperti e permeabili al flusso. Il concept dell’area dedicata alla colazione e al bar si ispira appunto ai vagoni ristorante dei treni, con divanetti e divisori. Abbiamo voluto però distaccarci dall’immaginario anni Venti – di grande fascino, ma già largamente esplorato negli ultimi anni – rivisitandolo in chiave contemporanea.

Nel vostro portfolio spiccano anche importanti realizzazioni in ambito retail: quali sono le caratteristiche proprie di questo tipo di progetti?

A noi piace moltissimo fare retail perché è una sfida, ora più che mai dove tutto è on live e virtuale. Sentiamo molto nostra la capacità di creare un’esperienza, i nostri tre progetti manifesto agli ultimi Saloni del mobile hanno lavorato proprio sul concetto di design legato all’esperienza e con il senno di poi possiamo affermare che sono stati davvero un successo. Le persone vogliono emozionarsi e crediamo che il design al giorno d’oggi sia anche questo. Cerchiamo di portare nel negozio la cura e il dettaglio che abbiamo per realizzazioni più domestiche. Il cliente ha bisogno di sentirsi importante attraverso la cura del dettaglio, e a noi piace farlo.

Secondo voi, l’interior design ha a che fare anche con le emozioni? Detto con altre parole: ritenete che il vostro lavoro consista anche nell’“allestire emozioni”?

Assolutamente si, e mi ricollego alla risposta precedente. Però non vogliamo solo che le persone si fermino all’aspetto installato, perché in ogni progetto deve esserci anche la sostanza e non solo l’esperienza. Diciamo cha la combinazione dei due aspetti è vincente.

Quanto contano le vostre radici culturali nella vostra visione estetica? E, in particolare, c’è un tratto della cultura milanese che vi appartiene di più?

Moltissimo. Crediamo che l’ispirazione venga dalla memoria, dai viaggi e che tutto ciò sia una base per delle visioni progettuali proiettate al futuro. Quindi “radici+visione” per noi è un atteggiamento importante. Amiamo mescolare le ispirazioni culturali, amiamo il folk ma ripulito da una visione metropolitana. Di Milano amiamo molto gli anni tra le due guerre, e quelli immediatamente dopo. Anni difficili ma che hanno lasciato un grande bagaglio architettonico e di stile. E poi gli anni Ottanta con Memphis… un amore assoluto.

Siete uno studio di architettura, ma anche un prolifico studio di design: questa coabitazione dà luogo a sinergie e influenze reciproche o le due attività sono separate?

Da noi vige sinergia come parola d’ordine. Tutto quello che facciamo è collegato ed è la risposta a un bisogno: facciamo design perché avevamo bisogno di alcuni ‘a priori’ nei nostri progetti, facciamo architettura perché abbiamo bisogno di ambienti per i nostri prodotti. È un cortocircuito creativo, ma molto armonioso. E abbiamo un team affiatato di professionisti che ci segue e ci aiuta a rendere  possibile tutto ciò.

Il design appartiene a due categorie apparentemente contrapposte: industria del desiderio e industria dell’utile. Forma e funzione – e forse anche emozione – fanno lunghe strade prima di incontrarsi?

Ciò che è veramente bello non è mai inutile. Ormai forma e funzione sono concetti corretti, ma che dovrebbero essere scontati nell’industrial design. Il design è andato oltre l’industria. La forma deve seguire anche altre logiche, deve appunto emozionare e rispondere a criteri di bellezza che non sono effimeri e volatili, ma si ricollegano alla bellezza autentica e profonda delle cose ben fatte, ben progettate, ben realizzate, da tenere con sé per sempre, per uscire da quel mondo del design ‘usa e getta’ stagionale che segue le logiche perverse della moda, e che la moda stessa sta (speriamo) abbandonando.

Anche in questo periodo di lockdown so che non vi siete fermate, ma, al contrario, vi siete dedicate a un nuovo progetto. Mi riferisco a Wunderkammer e all’Ile Flottante, di cosa si tratta?

Wunderkammer è uno spazio virtuale realizzato in collaborazione con Terzo Piano, che ospita una collezione di oggetti reali disegnati da Studiopepe, objet trouvé ed edizioni limitate. L’idea è nata dalla propensione al collezionismo che ci caratterizza, inteso come atto di conoscenza e di studio,  stratificazione formale, così come l’amore per i reperti e i left over di produzione. Una scatola poetica in cui gli elementi architettonici, i materiali usati per le superfici e le forme che disegnano lo spazio contribuiscono a creare un contenitore sofisticato e contemporaneo.

Anche Ile Flottante nasce dalla stessa passione per il collezionismo, in un momento così particolare come quello che ci siamo trovati ad affrontare quest’anno. È una galleria online, quindi un progetto accessibile a tutti, che raccoglie una selezione di oggetti curata da noi. Alcuni pezzi sono realizzati a mano, altri sono vintage o hanno viaggiato per mezzo mondo, altri ancora sono stati scovati nei posti più impensabili. Tutti sono carichi di storia e di storie da raccontare.

E cosa vi attende nel prossimo futuro? 

Stiamo ultimando il progetto di un piano della Rinascente a Milano, un luogo simbolico dello shopping milanese. Poi c’è un grosso progetto per un concept di hôtellerie che esce dagli schemi usuali, non possiamo dire di più ma potrà essere qualcosa di diverso e sorprendente. E poi tanto design, sia per aziende che per marchi e gallerie più di ricerca.