On the Road Again

La storia d’amore -tutta americana- per i viaggi su strada e le soste in piccoli ed essenziali motel, rinasce nella nuova avventura dell’ospitalità disegnata dallo Studio Tack di Brooklyn

di Paola Camillo

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Design per spiriti selvaggi, per chi fugge dalla città abbandonando uffici e corporate, grattacieli e frastuono. Tra le statali alberate e inondate di profumi di resina di Upstate New York – l’area percorsa dal fiume Hudson, a nord della Grande Mela – Studio Tack ha definito un nuovo modello di ospitalità restaurando vecchi motel degli Anni ’50 e ’60, sulla scia di una tendenza generale che percorre tutti gli Stati Uniti, da nord a sud.

Incastonato tra le montagne innevate delle Catskills, lo Scribner’s Lodge incarna a pieno titolo questo trend: un ex motor-hotel che consentiva l’ingresso direttamente a bordo di una motocicletta. Qui la struttura in ebano massiccio del 1966 è stata trasformata da Studio Tack in un albergo di 38 camere a metà strada tra il classico rifugio da sci, il boutique-hotel e il resort per famiglie.

Lo spazio percorribile dalle motociclette è stato oggi trasformato nella hall della struttura, le tinte senape e salmone della precedente mise hanno lasciato spazio alle venature e ai toni del legno, un contrappunto naturale e scuro per gli ambienti comuni e tinte decisamente più chiare per le camere da letto dove rivestimenti color carta da zucchero evocano atmosfere spensierate. “Le camere sono fresche e leggere -spiega il team- ma incorporano sempre dettagli di design creati dagli artigiani della zona”, come i vibranti pannelli realizzati con cotoni, yarn, corde, yuta e altri vecchi tessuti di provenienza locale, dal “Kiwi delle Catskills”, come si fa chiamare l’artigiano neozelandese Toni Brogan, trapiantato proprio nella zona di Upstate.

Il progetto è local

La collaborazione con il patrimonio di artisti e maestranze locali è una “firma” di Studio Tack, un team di quattro architetti che lavorano in uno spazio nudo e senza fronzoli dell’ex quartiere industriale di Dumbo a Brooklyn, e che hanno unito e messo a frutto competenze ed esperienze molto diverse tra loro: brand director del famoso Ace Hotel di Manhattan, Jou-Yie Chou; pianista e giornalista, William Brian Smith; architetto nato in Colorado e approdato a New York per lavorare in grandi studi (tra cui quello di Renzo Piano), Leigh Salem; architetto e professore universitario, ma anche appassionato carpentiere, Ruben Caldwell.

Questi “ragazzi sulla trentina” sono volati sulle pagine delle più famose riviste di viaggi e di design grazie a progetti che rilanciano il concept della piccola hotellerie a partire da spazi “sensibili”, attenti alla cultura del luogo e rispettosi del passato, ma aperti all’innovazione e con un occhio di attenzione al design che viene dalla città.

Nei nostri lavori c’e sempre una storia, una narrativa. Ad esempio, per Casa Bonay a Barcellona, finora nostro unico progetto in Europa, abbiamo voluto ricollocare all’interno dell’hotel il pavimento a mosaico tipico del marciapiede spagnolo, incorporandolo all’ingresso del locale. Era il dettaglio di una storia che ci ha subito emozionato e che volevamo salvaguardare” dice Jou-Yie.

Ocean Mood

Sound View è un altro vecchio albergo ristrutturato da Studio Tack, che si allunga sinuoso sulla marina di Greenport, un vecchio paese di pescatori, ora meta turistica, teso verso l’oceano nella penisola di Long Island. “All’interno della struttura avevamo trovato un bellissimo pianoforte d’epoca che raccontava la storia dell’edificio. Lo abbiamo appena ritoccato e, una volta terminati i lavori generali di restyling, lo abbiamo riportato al centro della stanza a ricordo dell’antico piano bar. Sembra di essere in un tipico cottage sull’acqua, c’e’ una delicata nostalgia del passato che abbiamo voluto preservare”, dice Leigh Salem.

Traendo ispirazione dall’oceano, molteplici toni del blu permeano la proprietà mentre i pavimenti delle camere sono una miscela di gomma riciclata e di sughero che ricorda la spiaggia di ciottoli all’esterno. Tutti i progetti di Studio Tack sono contrassegnati da un’estrema attenzione ai dettagli che definiscono un nuovo stile retrò, caldo, intimo e allo stesso tempo fresco.

Nelle montagne del Wyoming

Anvil, un motel Anni ’50 aggrappato alle montagne del Wyoming, è oggi un hotel-resort di una cinquantina di camere. La scelta cromatica di tonalità scure e profonde di blu e verde hanno decisamente dato un piglio elegante allo stile rustico-montano, sottolineato dai dettagli dei lampadari in ottone, dalle morbide coperte in lana disegnate su misura da Woolrich, dai pioli rivestiti in pelle per riporre gli sci o la canna da pesca e dalle camere dall’alta boiserie in legno che ospitano i letti in ferro battuto realizzati a mano dagli artigiani della storica azienda newyorchese Charles P. Rogers. Negli spazi comuni sono disseminate le “Adirondack Chair”, le tipiche sdraio di legno create agli inizi del ‘900 proprio a queste latitudini per godere della vista della natura dai deck e dai patii esterni delle case.

Disegnare boutique hotel è una bellissima sfida perché ci consente di lavorare su uno spazio che è allo stesso tempo condiviso e intimo”, spiega Leigh. Col tempo la passione per gli hotel è diventata così forte che i quattro ragazzi ne hanno rilevato uno, il Brentwood, un vecchio motel di cui sono tutt’ora gestori oltre che architetti e interior designer. La proprietà si trova a Saratoga Spring, una località famosa perchè sede di uno degli ippodromi più antichi degli Usa: “cerchiamo sempre edifici geograficamente significativi o rilevanti dal punto di vista architettonico come ispirazione per il nostro sviluppo, il design e il nostro lavoro nel suo insieme”, spiega Jou-Yie. “Questo luogo non era architettonicamente significativo, nel senso che si trattava di un motel fatiscente, ma la sua vicinanza a una delle sedi sportive più antiche del paese lo rendeva molto interessante“. L’hotel ha solo 12 camere, con pavimenti in compensato verniciato e finiture in legno e in ottone e Studio Tack ha pensato a tutti i dettagli, compresi i letti in pino massiccio realizzati poi a mano da falegnami locali. La sala comune, con i suoi pavimenti in legno di quercia e gli antichi specchi dorati, ricrea atmosfere salottiere d’inizio ‘900.

Ci sono riferimenti culturali più o meno leggibili nella pratica dello studio, e uno sguardo curioso e insaziabile che attinge in egual misura al passato e alla contemporaneità: “guardiamo molto alla pratica di Roman&Williams ma anche al giapponese Kengo Kuma, al brutalismo e all’architettura del Classic New England, a Carlo Scarpa e al minimalismo di Donal Judd”, dice Leigh. Ma tutto nei loro progetti sembra avvenire ascoltando prima di tutto il racconto del luogo e del suo patrimonio di artigiani e maestranze. Un’evoluzione che avviene passo passo e che li ha portati fino a Kuala Lampur in Malaysia, dove stanno per completare un hotel.

Realizzeranno mai un grattacielo o una di quelle alte torri di vetro e metallo che punteggiano lo skyline metropolitano? Studio Tack non fa una piega e reagisce alla provocazione: “non ci tiriamo indietro, siamo aperti a tutto“. E sarà interessante vedere come l’amore per il retrò e i paesaggi naturali ispirerà il ritorno degli architetti in città.