Marina Baracs

Un approccio concreto, pragmatico, frutto di un grande rispetto del sense of place che non diventa mai citazionismo fine a se stesso ma piuttosto ispirazione per riletture all’insegna di una funzionale contemporaneità. MARINA BARACS racconta a Guest la sua visione dell’hospitality design. Com’è, e come sarà

di Roberto Negri

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Marina Baracs ci apre le porte della sua residenza milanese con un calore e una cordialità che svelano le sue radici familiari, a metà strada fra il Mediterraneo e la Mitteleuropa. Ma quando entriamo nel cuore della sua visione di progettista e interior designer sfodera tutto il rigore e il pragmatismo della sua formazione nordamericana. Non a caso tutta la nostra conversazione si svolge lungo un percorso fatto di intersezioni culturali, felicemente reinterpretate secondo una visione contemporanea che non perde mai di vista funzionalità, aderenza all’evoluzione degli stili di vita e un concetto di luxury moderno e slegato dagli schemi del passato.

Formazione universitaria nordamericana, prime esperienze professionali in Italia, una lunga carriera con LTW impegnata in progetti in ogni parte del mondo, e oggi di nuovo in Italia: come questo percorso così variegato ha plasmato il tuo approccio alla progettazione?

L’incrocio e la contaminazione di diverse culture ed esperienze è un po’ il leitmotiv del mio percorso di vita e professionale: nazionalità canadese, genitori di origini greche e ungheresi, un grande amore per l’Italia, la curiosità di conoscere luoghi e persone sono tutti elementi che hanno influito sulla mia formazione e le mie scelte professionali. Gli anni dell’università in Canada mi hanno formato a un approccio rigoroso al progetto e alla sua organizzazione e gestione, tanto più importante in un ambito come quello dell’hotellerie in cui scala e grado di complessità, variabili esecutive e implicazioni economiche sono fattori estremamente articolati che richiedono pragmatismo e programmazione. Dalle prime esperienze professionali in Italia ho appreso la cura e l’amore per il dettaglio ben realizzato, una vocazione frutto delle eccellenze italiane dell’interior design e dell’altissima professionalità della vostra scuola artigiana. Poi, sempre in Italia, l’incontro con il fondatore di LTW Lim Hong Lian, all’epoca uno dei pochi studi internazionali specializzato nell’ospitalità di lusso. Una di quelle sliding doors che spesso imprimono una direzione inaspettata alle nostre vite, e il punto di partenza di una collaborazione che, prima come partner e poi come direttore della sede italiana, è diventata il filo conduttore del mio percorso.

La varietà delle tue esperienze ti ha portato a contatto con culture e approcci al progetto molto variegati: quali specificità hai riscontrato rispetto a una realtà come quella italiana, ricca di opportunità e insieme molto complessa?

Il fatto di avere sempre partecipato a progetti di respiro internazionale mi ha indirizzato a una visione del progetto in cui organizzazione e controllo dei processi progettuali ed esecutivi, come già accennavo, si sono rivelati fondamentali. Nel contesto italiano questa mia attitudine ha trovato un habitat ideale: da un lato una formazione universitaria in industrial design fortemente orientata al disegno tecnico e alla risoluzione dei dettagli, dall’altra la grande abilità dei vostri artigiani e produttori di componenti hanno creato una combinazione ideale per tradurre in atto questo connubio tra forma e funzione. Allo stesso modo, in altre realtà internazionali in cui il controllo dei processi di cantiere non può essere quotidiano e la qualità delle maestranze è di livello inferiore, l’accuratezza nella progettazione di dettaglio ed esecutiva è indispensabile per compensare queste carenze.

C’è un tratto personale, un’identità specifica che caratterizza i tuoi progetti?

Un aspetto della progettazione cui attribuisco particolare importanza è lo studio dei layout, la pianificazione degli spazi, un tema che in Italia è a mio avviso un po’ trascurato anche nell’ambito della formazione universitaria ma che personalmente considero essere la sintassi di base del progetto. Non esistono soluzioni trasversali declinabili in ogni ambito e tipologia, quindi la capacità di immaginare preventivamente gli spazi nella loro distribuzione, nei loro percorsi e nelle loro reciproche relazioni è fondamentale. Soprattutto nell’ambito dell’interior design alberghiero focalizzarsi sulla creazione di ambienti esteticamente gradevoli trascurandone il layout, i flussi, i modelli di fruizione, la percezione visiva ed emozionale rischia di tradursi in esiti validi dal punto di vista formale ma carenti dal punto di vista funzionale.

Un secondo elemento centrale nel mio approccio è il cosiddetto sense of place, la lettura dell’identità dei luoghi, il genius loci, che nell’esperienza di chi poi utilizzerà la struttura si traduce in riconoscibilità e familiarità con i luoghi stessi. Un esito frutto, ad esempio, dell’impiego di materiali, arredi e oggetti appartenenti al linguaggio estetico locale, utilizzati come suggestione di sottofondo, identitaria ma al tempo stesso discreta.

Il design emozionale/esperienziale è un tema particolarmente in voga in questo momento: la ritieni una moda o una tendenza che risponde a una domanda concreta e reale?

Fenomeni di questa natura hanno sempre un radicamento profondo in trasformazioni sociali, culturali e degli stili di vita. Vedo l’accento posto sul tema dell’esperienza come una sorta di reazione all’iperconsumismo che caratterizza la nostra epoca, a un’idea del lusso legato alla pura materialità degli oggetti, e che ha perciò dato vita a un moto uguale e contrario verso la sottrazione. O per dirla in termini più concreti, verso la separazione del concetto di valore dalla pura materialità degli oggetti. In questa ottica il nostro compito è ipotizzare scenari, sviluppare spazi che non siano legati alla tradizionale ospitalità ma che siano in grado di accogliere una molteplicità di funzioni, una sorta di “palcoscenico” in cui ambientare le diverse esperienze fruibili dagli ospiti.

E ancora una volta, quindi, identità e patrimonio dei luoghi…

Senza dubbio. Con in più il vantaggio di un punto di osservazione esterno, conscio di questa identità ma al tempo stesso estraneo, e che perciò è in grado di originare nuove letture e opportunità. Tutti i luoghi ricchi di storia, e in particolare l’Italia, sono in perenne equilibrio fra un patrimonio ricco e prezioso, e il rischio di fossilizzare linguaggi, stili ed esperienze intorno a questo patrimonio. Il nostro compito è coniugare il rispetto dell'”heritage” dei luoghi con un respiro contemporaneo e internazionale. Per questo non amo dire, né ritengo esista uno stile, un segno identificativo nei miei progetti: credo al contrario in un approccio fondato sull’adattamento al contesto, da reinterpretare secondo una visuale originale e che tenga sempre ben presenti le aspettative del committente. Il divismo nel settore dell’hospitality design non paga. A maggior ragione oggi, a fronte di una clientela sempre più attenta ai costi, alla funzionalità del progetto e al suo allineamento agli obiettivi di business.

L’interior design degli ambienti bagno è una delle tue specialità: come è cambiato nel tempo questo spazio?

L’ambiente bagno è e rimane uno degli indici di elezione nel valutare il livello di una struttura, a maggior ragione nei luxury hotel. Non solo, è uno degli spazi più influenzati da quell’approccio sensibile alle identità culturali dei luoghi cui ho accennato. Nel Sud Est asiatico, ad esempio, le funzioni di questo ambiente sono legate non solo a specificità ambientali e climatiche che lo portano ad avere frequentemente una proiezione all’esterno, ma anche a una ritualità che, fino a pochi anni fa, non aveva riscontro nella cultura occidentale. Tutto questo, insieme a una maggiore attenzione al tema del benessere fisico, hanno accresciuto l’importanza di questo spazio. Non a caso, la superficie dell’ambiente bagno è cresciuta da circa il 20% sul totale della camera fino a oltre il 40%, includendo anche elementi propri delle Spa come bagno turco, hammam, postazione massaggi. E del resto, per dirla con una battuta che ha un grande fondo di verità, il bagno è lo spazio della camera in cui passiamo la maggior parte del tempo da svegli durante un soggiorno in hotel. Un tempo che deve essere di qualità.

Abbiamo parlato di lusso: come si declina oggi questo concetto?

Come dicevo, il lusso oggi è molto meno legato al materiale e molto più alla percezione, tendenza che si declina in vari modi e ambiti. Ne indico quattro. Il primo è il livello di privacy. Le strutture top oggi devono garantire ai propri ospiti livelli di riservatezza pressoché assoluti, in particolare per la clientela VIP,  il che dal punto di vista progettuale pone una serie di temi da sviluppare per garantire una piena fruizione della struttura e dei suoi servizi e al tempo stesso una separazione, anche fisica, dagli altri fruitori, oltre che in alcuni casi la gestione di problematiche legate alla sicurezza. Un secondo aspetto, sempre legato all’esperienza, è la capacità di rispondere con puntualità anche alle richieste più particolari. Spesso gli ospiti di queste strutture sono big spender con stili di vita molto particolari e aspettative in linea con il loro lifestyle anche in hotel. Una terza evoluzione è anch’essa una particolare declinazione del concetto di privacy, ed è la capacità di offrire un’esperienza di totale isolamento dal mondo, dai suoi ritmi frenetici, all’insegna del detox e della separazione, virtuale e fisica, da un quotidiano costantemente connesso. Un ultimo elemento, infine, è la qualità delle relazioni umane e personali, anch’essa in reazione a un fenomeno contemporaneo come la virtualizzazione dei rapporti: un’accoglienza calda, empatica, spontanea, presente ma al tempo stesso discreta quando serve, sarà sempre più un elemento qualificante dell’ospitalità di lusso. E anche un grande vantaggio per l’Italia, che ha un’impronta culturale senza dubbio orientata in questo senso.

Per concludere, uno sguardo al futuro: nell’arco dei prossimi anni come ritieni cambierà l’hospitality design?

Il tema della qualità del progetto alberghiero è destinato naturalmente a rimanere centrale, ma sono convinta che noi progettisti siamo chiamati a spingere la nostra visuale al di là degli aspetti tecnici della professione per comprendere pienamente cosa significa oggi progettare una struttura di successo. Un’evoluzione che è già in atto e che sono convinta avrà ricadute importanti su una disciplina molto specialistica e al tempo stesso sempre più competitiva come l’hospitality design, e in cui un’efficace e durevole sintesi tra estetica e funzionalità dovrà andare sempre più di pari passo con gli obiettivi di sostenibilità e profittabilità economica fissati dalla committenza. Un’ulteriore sfida è la crescente diversificazione della clientela anche nel segmento dei luxury hotel, dinamica che renderà il mercato ancor più competitivo e perciò richiederà ai professionisti della progettazione e dell’interior design la capacità di proporre concept e formule innovative, in grado di intercettare nuovi profili di domanda.