Karim Rashid

Contaminazione di forme, stili, linguaggi. Alla ricerca di un'estetica capace di rispecchiare la contemporaneità. Senza seguire mode e trend, ma (s)travolgendoli. Guest incontra KARIM RASHID

di Roberto Negri

Previous Next

Arredamento, oggetti, illuminazione, moda. E naturalmente architettura e interni. La creatività di Karim Rashid non ha confini. Un po’ come le sue radici culturali e la sua formazione, che ne hanno fatto uno dei più originali e prolifici designer della sua generazione. Incontrarlo è aprire lo sguardo a una visione del significato e del ruolo del design nel mondo contemporaneo straordinariamente originale e lontana dalle convenzioni. Non a caso le parole “trend” e “stile” sono bandite dalla nostra conversazione. Da cui emerge il ritratto di un creativo davvero globale.

Ti definisci un cittadino del mondo. Le tue ascendenze multiculturali come influenzano il tuo lavoro?

Sono un quarto irlandese, un quarto inglese, un quarto algerino, un quarto egiziano e sono cresciuto in Canada. Come designer di formazione nordamericana, la mia impronta culturale più forte è quella che io chiamo “democratizzazione del design”, un design casual, mobile e accessibile. Dal coté europeo viene il mio lato più romantico e poetico, in Medio Oriente stanno le radici della mia vena più passionale e artistica, mentre agli inglesi devo il pragmatismo e il senso del business. Sense of humour e modestia, invece, sono “colpa” dei canadesi!

Come nasce la tua passione per il design?

Al momento di iscrivermi all’università ero indeciso fra architettura, belle arti e moda. Alla fine scelsi architettura, ma i posti alla Carleton University erano ormai esauriti e quindi decisi di frequentare per il primo anno accademico la scuola di Design Industriale della facoltà. Dopo i primi corsi però capii subito che quello era esattamente ciò che volevo fare. Credo sia nato lì il mio approccio globale al design, dal prodotto alla progettazione di interi edifici. Che del resto è la lezione di un grande dell’architettura come Ernesto Nathan Rogers, “dal cucchiaio alla città”.

Sei poi entrato con successo nel mondo dell’architettura e dell’interior design. Quali sono le diversità e i tratti in comune fra queste discipline?

Per me, tutti e nessuno, perché ho sempre avuto uno spirito poliedrico fin dai tempi dell’università. Non mi piace il concetto di specializzazione, anzi ho sempre ammirato i creativi capaci di spaziare attraverso diverse arti visive. Mi ha sempre affascinato l’idea della Factory Warholiana come luogo di sperimentazione e ibridazione fra le arti applicate. Quindi mi sono ripromesso che, se mai avessi avuto un mio studio, lo avrei voluto il più possibile multidisciplinare e trasversale a tutti gli elementi del landscape che ci circonda, quindi anche gli interni e gli edifici. È in questo approccio poliedrico la chiave della contaminazione di idee, materiali, estetica e linguaggio che ricerco nei miei progetti.

Qual è invece il tuo approccio all’hospitality design?

Un hotel è un continuum fatto di fantasia ed evasione, ma anche di servizi e comfort. Viaggio moltissimo, frequento alberghi e ristoranti di tutto il mondo e di ogni fascia di prezzo, e questo in qualche modo plasma di continuo i miei progetti. Negli interni che disegno cerco sempre di creare un’atmosfera stimolante e originale, ma anche funzionale. Più in generale mi interessa dimostrare come lo spazio contemporaneo dell’ospitalità possa essere caldo, umano, accogliente e capace di creare esperienze emozionanti e positive.

Sei considerato un top designer, un concetto legato al lusso: cosa significa per te questa parola?

Tempo libero, esperienze emozionanti, zero problemi, zero attese, non certo oggetti preziosi. Dobbiamo superare il vecchio concetto di lusso e creare un’estetica realmente nuova, nuove forme, nuovi materiali, nuovi linguaggi più in linea con il mondo in cui viviamo. Le tecnologie di produzione del resto sono diventate così sofisticate che una macchina può fare un lavoro migliore di un uomo e creare oggetti perfetti e anche più economici. Produzione di massa e digital disruption hanno di fatto già creato un lusso “democratico”, fatto di paradigmi che non hanno più nulla a che fare col significato tradizionale del termine. Siamo entrati in un’era “casual”, in cui le nostre vite sono  focalizzate su comfort, immediatezza, leggerezza e tecnologia. E tutto questo sta plasmando i nostri spazi, sfumando il confine tra virtuale e fisico per creare nuovi luoghi dove il lusso non è più qualcosa di irraggiungibile ma è alla portata di tutti.

Non a caso parli spesso di “democratizzazione del design”. Come si manifesta nell’hotellerie?

Come ti dicevo, sono un gran viaggiatore. E il mio parere di viaggiatore è innanzitutto che gli hotel devono abbandonare tanti stereotipi tradizionali. Ma il cambiamento più radicale è quello che mi piace chiamare “Hotel democratico contemporaneo”. Avere hotel progettati con cura ma molto economici è il futuro. Lo dico: posso creare una camera con un budget molto basso, e farla molto migliore di quelle della maggior parte degli hotel a quattro stelle. E oltre a dirlo l’ho fatto con Prizeotel, solo 59 euro a notte, ma una qualità del soggiorno impeccabile e soprattutto un’esperienza emozionale coinvolgente.

So che non ami la parola “stile”, ma c’è comunque un tocco personale che identifica le tue creazioni?

I miei progetti sono coerenti con la mia visione. L’impronta del mio lavoro non sta certo in uno stile, sono molto più importanti l’influenza della tecnologia e un’idea degli oggetti come estensione del corpo umano. Ho una certa propensione per le forme organiche, ma amo allo stesso modo le geometrie pure, e per questo mi piace definire il mio lavoro “minimalismo sensuale”. Ma non mi sento legato a un unico linguaggio. In alcuni oggetti, ad esempio, utilizzo un crossover di geometrie e forme organiche, ma spaziando in più ambiti di fatto non ho vincoli rigidi, posso usare una forma geometrica pura per una bottiglia di profumo di Issey Miyake e una sinuosa e sensuale per una sedia, o viceversa.

Da dove parte il tuo processo creativo?

L’avere iniziato nell’industrial design mi ha insegnato a mettere al centro la human experience. Detto questo, ogni progetto è diverso, e di conseguenza è diverso il suo processo creativo. Ed è questa diversità che mi permette di contaminare idee, materiali, estetica e linguaggi. Anche grazie alle nuove possibilità delle tecnologie digitali, che hanno influito molto sul mio modo di progettare. Riempio quaderni di schizzi con le mie idee e poi li sviluppo in studio insieme al mio team, creando modelli e rendering 3D e facendo ricerca su materiali e processi di produzione.

Le tue creazioni spaziano dagli interni agli arredi, dall’illuminazione all’architettura, dai ristoranti agli hotel. Ce n’è una di cui sei particolarmente orgoglioso, e perché?

Come tutti i creativi mi è difficile avere delle preferenze perché l’ultimo progetto è sempre il più importante. Se proprio devo scegliere, sono orgoglioso del cestino Garbo, che ho disegnato per Umbra nel 1994 e dopo più di vent’anni è ancora un oggetto di grande successo, dei rubinetti che ho progettato per Cisal nel 2007 e dei forni che ho disegnato per Gorenje, la mia prima incursione nel mondo degli elettrodomestici. Un altro oggetto che amo e mi rappresenta molto è l’orologio Kaj di Alessi. Ho tutti i 12 colori della collezione e li cambio ogni giorno, sono leggeri, comodi, semplici e poco costosi, insomma interpretano bene la mia visione del design. Se invece parliamo di hotel non posso non citarti il Temptation di Cancun, un progetto cui sono molto legato per la sua originalità. Ma sono già proiettato verso il nuovo Temptation di Punta Cana.

L’uso del colore è uno dei tuoi marchi di fabbrica. Perché è così importante per te?

Il colore è uno degli aspetti più belli della nostra esistenza. Il colore è vita, e per me usarlo è un modo di raccontare le nostre emozioni, la nostra psiche, la nostra essenza. A creare l’esperienza, il mood, è il modo in cui la loro infinita tavolozza si combina. Si possono usare più o meno bene, certo, ma non bisogna averne paura. Il colore è euforia. Fisica e spirituale.

Come immagini le tendenze del design prossimo venturo?

Non amo i trend, il “buzz”, e non credo neanche rappresentino il mondo per come realmente è. Siamo immersi in una ipersaturazione di immagini e parole ricorrenti che in realtà ritraggono solo un piccolo spicchio di mondo, e più che stimolare la creatività spingono all’imitazione e alla ripetizione. Un esempio nel design? L'”industrial chic”, che oggi è ovunque ma raramente è davvero originale. È come se ci fossero due piani di realtà, uno una specie di trompe-l’oeil kitsch, un altro vero e concreto che esiste qui e ora. Ed è su questo landscape che il design deve misurarsi.