Il mio design, Italian Taste

Ecletticità è una delle parole chiave dello studio spagnolo Il mio design, con progetti che spaziano dall’ospitalità al residenziale passando per l’office e la ristorazione. Intervista ai fondatori Andrea Spada e Michele Corbani, architetti milanesi trapiantati in terra iberica

di Roberto Negri

Previous Next

Essere consapevoli del retaggio di una grande scuola come quella del design italiano senza rimanerne prigionieri, ma al contrario reinterpretandola alla luce dell’evoluzione di costumi e stili di vita. È un manifesto originale e ambizioso quello de Il mio design, studio di progettazione iberico nella sede, ma italiano nell’anima. Guest incontra i suoi fondatori, i milanesi Andrea Spada e Michele Corbani, i cui progetti sono connotati da toni ironici e pop e da un esteso uso del colore, creando palette personalizzate per ogni progetto e adattandole alla tipologia degli ambienti, con un uso più moderato nei progetti residenziali, più intenso in altri contesti, dove il colore in questi ultimi anni è fortemente associato al concetto di lusso.

Il vostro è un percorso che parte da lontano: perché proprio la Spagna e “Il mio design”, quasi una dichiarazione d’intenti?

Ci siamo conosciuti a Salamanca durante gli studi, un’esperienza molto stimolante e formativa, e entrambi avevamo già iniziato a collaborare con alcuni atelier di architettura e interior design. Nel 2009 abbiamo deciso di mettere a frutto i tanti contatti maturati durante i nostri primi anni di attività e, non ultimo, una buona conoscenza delle modalità di lavoro tipiche di questo paese. Una realtà in cui ci siamo immersi con entusiasmo, mantenendo comunque la consapevolezza della grande tradizione italiana. Il nome del nostro studio è in effetti una sorta di “rivendicazione”. Un nome italiano, per sottolineare le nostre radici culturali nell’ambito dell’interior design, e il pronome “mio” per evidenziarne il tratto personale.

Ecletticità è una delle parole chiave del vostro lavoro, con progetti che spaziano dall’ospitalità al residenziale passando per l’office e la ristorazione: da dove scaturisce questa vocazione?

Sin dall’inizio abbiamo scelto di avere un’impronta trasversale, sposando un eclettismo che è tipologico ma anche formale. Per quanto riguarda hotel e ristoranti abbiamo avuto la fortuna di lavorare su diverse tipologie di progetto e a stretto contatto con i clienti, focalizzandoci più sul fronte dell’interior design nell’ambito office. Il residenziale, invece, richiede una presenza più diretta e personale, e questo ci ha portato a selezionare gli interventi che per le loro particolarità e il rapporto diretto e consolidato con il cliente ci consentono una certa libertà creativa. L’area del product design, infine, è soprattutto il “regno” di Andrea, dato il suo percorso formativo sia in ambito universitario che in studi di grande prestigio. Del resto, come italiani, abbiamo una marcia in più in questo ambito grazie alla nostra storia e ai tanti maestri del passato che hanno plasmato questa disciplina. Affiancarlo alle architetture è una delle nostre ambizioni, e anche un’ideale chiusura del cerchio del progetto.

Il genius loci è sempre stato un elemento centrale nella progettazione, che oggi è però sempre più esperienziale, incentrata sull’individuo, la sua unicità, la sua esperienza dello spazio. Questo dualismo in che modo influenza il vostro approccio al progetto?

Il modo di progettare sta cambiando radicalmente, e con lui la proiezione temporale del progetto. Fino a non molti anni fa un hotel aveva una durata programmata di almeno 20 anni, e di conseguenza doveva garantire anche una serie di requisiti in termini di resistenza e durata dei materiali. Oggi i tempi di rientro dell’investimento sono molto più rapidi, e quindi il progetto deve intercettare il mood del momento, il tipo di esperienza che il viaggiatore ricerca. Requisiti come la cosiddetta “instagrammabilità”, la creazione di contesti e atmosfere che stimolino il viaggiatore a farsi testimonial per immagini del suo soggiorno, oggi sono elementi di progetto. È un mondo più effimero rispetto al passato, e che perciò richiede un approccio diverso, in cui ai tradizionali aspetti su cui siamo chiamati a lavorare come progettisti se ne affiancano altri. E la clientela – soprattutto quella giovane, ma anche quella più matura – è protagonista di questo cambiamento, che è innanzitutto di costume e stili di vita. Un fenomeno che nella nostra attività notiamo non solo nel settore alberghiero ma anche in quello, per certi versi contiguo, della ristorazione. Metaforicamente, l’hardware è stato superato dal software, o meglio ancora dalle applicazioni, in una dinamica di cambiamento dai ritmi vertiginosi.

Quanto conta in tutto questo la capacità dello spazio progettato di “cambiare pelle”?

La versatilità è senza dubbio un tema, e ancor più la richiesta, sempre più frequente, di modificare anche spazi relativamente recenti per intercettare i trend del momento. Una versatilità che per evidenti motivi non può essere implementata “by design” nel progetto, ma che si concretizza piuttosto in una richiesta di flessibilità e riconfigurabilità degli spazi, sempre da coniugare con fruibilità e accoglienza. E un interior design ben concepito è senz’altro un ottimo strumento di sintesi di questo duplice aspetto, estetico e funzionale.

Qual è oggi lo spazio più importante in un hotel?

Dipende dalla tipologia. Un hotel vacanze ha requisiti di un certo tipo, molto diversi rispetto a quelli di un business o di un city hotel. In termini di performance della struttura l’ambiente chiave è la camera, che è la voce di costo più importante e quella che più influenza il gradimento dell’ospite. Ma le sue caratteristiche variano a seconda della tipologia di struttura: in un hotel vacanze il dialogo fra spazi interni ed esterni è fondamentale perché in camera si rimane poco, mentre il rapporto si inverte nei city hotel dove camere e aree comuni sono più vissuti.

I vostri progetti si distinguono per un esteso uso del colore: quanto è importante nel vostro processo progettuale?

Moltissimo. Già nei nostri primi lavori abbiamo inserito il colore come elemento di connotazione degli ambienti, e nel tempo lo abbiamo utilizzato sempre più estesamente anche a livello di materiali. Ad esempio nei rivestimenti, creando palette personalizzate per ogni progetto e adattandole alla tipologia degli ambienti, con un uso più moderato nei progetti residenziali, più intenso in altri contesti, dove il colore peraltro in questi ultimi anni è associato al concetto di lusso. Anche nell’interior e industrial design.

Nella vostra esperienza di progettisti, cos’è e come viene percepito il lusso?

Qualcosa di estremamente personale, non solo in funzione della tipologia di cliente ma addirittura alla scala del singolo individuo. Finiture e dettagli ne sono un’espressione, ma anche – e oggi forse soprattutto – servizio, accoglienza, atmosfera, piccoli dettagli che fanno la differenza. Torniamo a quanto dicevamo a proposito dell’esperienza come “evento” individuale, sempre più spesso fatto di elementi immateriali, intangibili, legati a fattori emozionali.

Quando siete soddisfatti di un vostro progetto, di avere creato qualcosa che “funziona”?

A prescindere dall’ovvio gradimento del committente, lavoriamo in maniera molto emozionale, e quando riusciamo a creare spazi dotati di una personalità frutto di un percorso maturato insieme al cliente l’esito in genere è molto soddisfacente. Privilegiamo un approccio sartoriale, e non a caso il termine “artigianalità” è uno dei nostri favoriti: le soluzioni e gli elementi che usiamo sono sempre nostre creazioni, legate a un singolo progetto, pezzi unici, come unico è il rapporto con il cliente.

L’unicità come linguaggio progettuale, quindi…

È una nostra caratteristica. Cerchiamo di evitare la serialità, i manierismi, dando un tocco il più possibile personale ai nostri progetti. Certo questo significa partire ogni volta da zero, studiare materiali e finiture pensate esclusivamente per il singolo progetto, ma l’esito è un segno forte e al tempo stesso unico. Sotto questo aspetto, lavorare in un paese in cui la tradizione del design è relativamente giovane ha i suoi vantaggi.