Hotel Sin Nombre

João Boto Caeiro ha creato un boutique hotel che combina architettura coloniale, arte e design contemporaneo. Un piccolo e raffinato gioiello messicano, dove la cura del dettaglio e l’amore per la cultura locale fanno la differenza

di Francesca Tagliabue

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Una scelta di stile che si riflette anche nel nome: Hotel Sin Nombre non punta sulla forza del brand o sulla riconoscibilità di un marchio, ma scommette tutto sulla sua capacità di accogliere i clienti in un’autentica atmosfera messicana. Il piccolo boutique hotel di sole 22 camere ha aperto i battenti qualche mese fa nel centro di Oaxaca, all’interno di un edificio residenziale in stile coloniale risalente al XVII secolo, abilmente restaurato dall’architetto portoghese João Boto Caeiro.

Ho cercato di onorare la tradizione e l’architettura vernacolare con cui mi sono confrontato. L’intenzione è stata di rispettare il layout originale delle stanze e delle aree pubbliche – molti spazi non li avremmo progettati così se fossimo partiti da zero – per fare percepire l’essenza dell’edificio” racconta João Boto Caeiro. I materiali scelti per il restauro sono quelli del territorio: roccia calcarea “cantera” e legni masselli provenienti dal sud del Messico, gli stessi che si trovano nelle abitazioni.

Continua l’architetto: “Dove possibile abbiamo restaurato le finiture originali, cercando di limitare al minimo le sostituzioni. Ad esempio, almeno la metà delle colonne portanti in pietra nel tempo erano state coperte da diversi strati di intonaco e di colore. Noi abbiamo rimosso tutto, riportandole allo stato primigenio. Solo i pilastri troppo compromessi sono stati sostituiti con elementi identici realizzati ad hoc”. Strutturalmente, l’unico intervento radicale è stata la realizzazione di una piscina panoramica sul tetto piano, irrinunciabile comfort per una struttura di alto livello.

L’hotel si sviluppa attorno a un ampio patio centrale – con colonne e pavimenti in pietra calcarea e un camminamento voltato su due livelli – racchiuso dalla preesistente struttura in vetro e ferro battuto del XX secolo, che lascia entrare copiosa la luce. Qui decorazione e arredi sono affidati solo a una moltitudine di tende, quasi dei sipari, e di cuscini appoggiati su tappeti artigianali annodati a mano, mentre tutto lo spazio ruota attorno alla monumentale scalinata centrale che collega i due piani, scandita da un’illuminazione laterale che crea l’illusione che i gradini siano cosparsi di lanterne.

Le stanze per gli ospiti si aprono sui camminamenti comuni, che mantengono così la loro funzione di ballatoi, e sono arredate con un mix di mobili artigianali in legno e selezionati pezzi antichi. Sulle pareti sono appese fotografie in bianco e nero e opere d’arte di creativi di Oaxaca, una città dal panorama culturale frizzante ed eclettico.

Nel complesso, il progetto di interior coniuga moderne forme geometriche con sfumature arabe e coloniali, disseminando in ogni ambiente – in e outdoor – oggetti e complementi che attingono dalla cultura del territorio: dai tessuti ai cuscini e ai plaid ricamati, dai materiali autoctoni come terra calcarea e argilla ai singoli accessori selezionati con stile, fino ai cactus che svettano come piccoli menhir all’interno di essenziali vasi in pietra naturale.

Minimalista anche la tavolozza dei colori, con il bianco onnipresente intervallato solo dalle porte e da essenziali e lineari arredi in legno tropicale. Unica eccezione alla palette, il grigio intenso che caratterizza la reception e le pareti di alcune camere al primo piano. Un concept vernacolare ed evocativo, fatto di luci e ombre, dove il nitore degli intonaci e delle volte dà vita a una scenografia essenziale costruita sulle mura dell’antico edificio. Un’atmosfera leggera, quasi ascetica, illuminata dal sole e sospesa nel tempo.