Giorgia Dennerlein

È un crocevia di esperienze e suggestioni culturali la protagonista del nostro incontro, anima creativa dello studio Loto Ad Project. Che si combinano in un linguaggio originale, fatto per stupire ed emozionare

di Roberto Negri

Previous Next

Architettonicamente ingegnosa, eclettica nell’interior design. Capace di contaminare il rigore nordico delle sue radici mitteleuropee con la bellezza esuberante del Sud del globo in un linguaggio sincretico che lei stessa definisce il punto di forza del suo lavoro. È un immaginario culturale ed estetico fuori dagli schemi quello di Giorgia Dennerlein, fondatrice dello studio di architettura e interior design Loto Ad Project e portatrice di un approccio progettuale di indubbia originalità. La nostra conversazione si snoda attraverso queste suggestioni lungo un percorso affascinante, in cui l’emozione è protagonista.

Il tuo lavoro spazia dal residenziale all’hotellerie di alto livello, cosa cambia nel tuo approccio a questi ambiti?

Non molto, in realtà. Ogni spazio ha una sua “vibrazione” e le forme nascono per tradurla e trasmetterla alle persone, che devono poterla sentire e capire se è in sintonia con loro. E questo vale in ogni ambito. I progetti di interni che abbiamo curato nell’hotellerie sono fra l’altro, sia concettualmente che per dimensioni, molto vicini agli spazi delle dimore private, piccole strutture di altissimo livello per ospiti che cercano un certo lifestyle anche in viaggio, ma soprattutto esperienze uniche ed esclusive. Spesso nei miei progetti ogni camera, ogni suite ha una propria personalità, un proprio scenario emozionale che parla a ospiti sempre diversi e con ognuno dei quali costruisce una relazione che dura nel tempo. È soprattutto questa ricerca il filo conduttore nei miei interventi. Insieme, certo, alle suggestioni e ispirazioni che la location suggerisce.

Quanto è importante per te questo aspetto?

Tantissimo. Spesso interveniamo in scenari con un forte heritage e una spiccata personalità, e l’esito del progetto deve sempre suggerire un dialogo, una continuità tra il fuori e il dentro, tanto in senso letterale che metaforico. La coerenza storica, materica e contestuale è per me parte integrante del linguaggio progettuale, non come vincolo o virtuosismo decorativo ma come ambito in cui  creare, sperimentare, stupire, insomma far innamorare l’ospite parlando non solo ai suoi occhi ma soprattutto alla sua sfera emozionale. Con tutti i comfort della contemporaneità, certo, ma conservando sempre uno spiccato sense of place.

I tuoi interventi si inseriscono spesso in location di forte personalità, penso agli hotel Manfredi e Trevi a Roma o l’Hotel Tragara a Capri. Come trovi un equilibrio tra suggestioni così forti e libertà creativa?

L’esistenza di un substrato storico e architettonico, e in casi come quelli che hai citato anche funzionale, certo è un vincolo ma anche un’opportunità di sperimentazione straordinaria. La mia soluzione è contaminare, che per me significa non congelare l’esistente ma ascoltarne il mood, l’energia, e su questa tavolozza disegnare una narrazione fatta di colori, texture, materiali capace di creare suggestioni sempre nuove e originali ma anche di mantenersi in dialogo con il contesto senza cadere nella ridondanza o nella citazione fine a se stessa. In Palazzo Manfredi, ad esempio, un edificio storico ubicato sui resti del Ludus Magnus e con una straordinaria vista sul Colosseo, ritroviamo sia il travertino tipico della Roma Imperiale sia materiali che attingono al repertorio del Novecento e tocchi come i parati decorati con paesaggi e temi classici, tutte soluzioni che portano all’interno l’architettura circostante.

Torniamo quindi al tema del dialogo fra interno ed esterno. Qual è invece in questo approccio lo spazio della contemporaneità e della modernità?

Nel design, nelle finiture e nelle palette cromatiche, nel comfort e nella tecnologia. Nell’esempio che ti ho citato l’ospite si trova in un involucro moderno, che ospita spazi declinati secondo un’estetica contemporanea, con livelli di comfort di assoluta eccellenza integrati da tecnologie d’avanguardia per il controllo dell’ambiente e dei suoi servizi, ma al tempo stesso ai piedi del più grande sito archeologico del mondo.

“Emozione” è un termine che ricorre spesso nelle tue parole. Come risponde l’ospite a un design che non è un semplice fatto estetico ma anche esperienziale?

Con una ricettività straordinaria. Come ti dicevo per me il design è innanzitutto emozione, e questa emozione deve trasparire dal progetto e toccare le corde più intime ed emotive dell’ospite. Possono esserci a volte dissonanze che velano questa relazione, e più in generale in un mondo come quello contemporaneo, dove tutti siamo costantemente bombardati da una miriade di stimoli, è sempre più difficile emozionare e stupire, ma quando accade la risposta dell’ospite è estremamente positiva e crea un legame interiore destinato a durare anche molto tempo dopo la fine del soggiorno. Anche per questo sono convinta che sia sempre più necessario privilegiare l’emozione rispetto alla forma, all’oggetto, all’ornamento. Senza rinunciare alla vitalità del nostro cotè mediterraneo, che insieme alle origini mitteleuropee fa parte della mia “geografia privata”.

A proposito di ospiti, abbiamo parlato di strutture di alto livello collegate a un certo profilo di viaggiatore con aspettative elevate sotto ogni aspetto. Come si declina il lusso in questi contesti?

Innanzitutto in servizio, inteso come qualità, prontezza, approccio al cliente. È un aspetto da cui nemmeno la struttura più bella e curata può prescindere. Ma questo tipo di viaggiatori ha anche un certo lifestyle, un determinato immaginario estetico e culturale, che si aspetta di ritrovare anche in hotel. E il progetto d’interni deve tenerne conto, con modalità che vanno dalla scelta di materiali e colori contemporanei a quella di elementi d’arredo e oggetti di design. Ma il lusso oggi – anzi forse soprattutto oggi – è anche tempo e, ancora una volta, emozione, suggestione, unicità dell’esperienza.

Vista la libertà creativa dei tuoi progetti il rapporto con i committenti è fondamentale, che tipo di relazione si crea?

Ogni progetto che curiamo come Loto Ad Project nasce in sinergia con il cliente partendo dalle sue idee. Attraverso le nostre esperienze e inclinazioni le trasformiamo in spazi, ambienti e arredi che hanno nell’unicità il loro filo conduttore. È un valore che non solo ci viene riconosciuto, ma che i nostri stessi committenti sanno derivare proprio dalla libertà creativa cui ti riferisci. Non è un caso che molti, dopo avere lavorato con noi nella loro sfera professionale, diventino nostri clienti anche per le loro residenze private.   

Chiudiamo con un gioco: come vedi l’hospitality design da qui a cinque anni?

Con un carico tecnologico sempre maggiore. Oggi le persone si aspettano sempre più funzioni, più possibilità di personalizzare le condizioni e le atmosfere degli ambienti, e si aspettano di farlo in modo sempre più semplice e immediato, a casa come in viaggio. Domotica, smart building, interfacce uomo- ambiente cresceranno sicuramente per quantità e facilità di utilizzo. E già oggi la tecnologia ci permette di implementarle sia in contesti storici che contemporanei.