David Rockwell

Per David Rockwell sia il teatro che l'ospitalità sono incentrati sulla scenografia e sulla narrazione, e condividono anche l’idea di comunicare dei messaggi attraverso un'esperienza. Ecco perchè tratta i volumi come scenografie, valorizza ogni materiale e colore dandogli voce e luce. Ogni camera o lobby d’albergo nata dalla sua matita traccia la storia del contesto circostante e prepara quella dell’ospite che verrà

di Paola Camillo

Previous Next

Architetto, interior designer e scenografo. David Rockwell è un’artista del Rinascimento volato nel XXI secolo. Tratta i volumi come scenografie, valorizza ogni materiale e ogni colore dandogli voce e luce. Ogni camera da letto o lobby d’albergo nata dalla sua matita traccia la storia del contesto circostante e prepara quella dell’ospite che verrà. Ha realizzato ristoranti, scuole, terminal aeroportuali e condomini lusso ma è l’hotellerie il campo dove ha firmato più progetti (insieme alla progettazione di set teatrali che gli è valsa un Tony Award). L’Edition Hotel di New York, sofisticato e discreto, il nuovissimo Moxy Chelsea, giocoso e ispirato al greenery urbano dell’attiguo Flower District, il piccolo The Time, una pausa di respiro nel trambusto della vicina Times Square che rende omaggio all’industria della confezione del Garment District: tutti declinano l’ospitalità secondo un principio di massimo calore da infondere all’ospite, ma ognuno ha la sua personalità. Il bilanciamento dei materiali, gli incastri delle forme, la complessità e la moltitudine sono tutti alleati della pratica di Rockwell. L’architettura e l’interior design sono fatti per abbracciare chi vive lo spazio, con sensazioni tattili e con messaggi.

Con un team di oltre duecento persone distribuito tra New York e Madrid, e un centinaio di progetti in campo, David Rockwell si racconta dallo studio di Union Square, una fucina di idee ed entusiamo distributa su quattro piani e popolata da modellini, faldoni di tessuti, libri e frammenti di scenografie.

David, i suoi progetti di hospitality sono contraddistinti da un andamento narativo e da una certa teatralità, e si compiono grazie a un sistema serrato di elementi che spesso realizzate in-house (tappezzeria, mobili, lampade). In un’epoca di palazzi di vetro e acciaio con interni spesso minimali e standardizzati, come si fa a rimanere competitivi mantenendo un approccio così personale?

Il nostro studio non ha un programma o un’agenda definita. Ci lasciamo guidare dal desiderio di trovare soluzioni uniche per i nostri clienti qualunque sia il progetto, la tipologia o la scala. Sono convinto che lo “storytelling” che infondiamo in ogni nostro lavoro distingua anche la nostra pratica. Ogni progetto comporta tanta ricerca per scoprire la storia intrinseca del cliente, dello spazio e del contesto. Partendo da questa ampia base di ricerca siamo in grado di prenderci dei rischi creativi. E sono certo che i nostri clienti capiscono che solo così si può produrre un design innovativo.

Il suo interesse per l’interior design e l’architettura è legato a doppio filo alla carriera teatrale di sua madre. In che modo un ambito è confluito nell’altro?

Nonostante ci abbia messo del tempo a capire che avrei voluto essere un architetto e scenografo, la mia infanzia ha avuto un ruolo importante nel plasmare la mia visione del mondo in modo creativo. Mia madre Joanne era una coreografa e una ballerina di vaudeville. Mi ha fatto scoprire la magia del teatro dal vivo. Abbiamo trascorso la prima parte della mia infanzia a Deal, in New Jersey, dove lei aveva fondato un teatro comunitario. A casa trascorrevo molto tempo in una stanza meravigliosamente decadente, sopra il garage. Progettavo strutture: le assemblavo, le costruivo per poi disfarle e iniziare da capo. A quel tempo non pensavo in maniera specifica al design ma sentivo una crescente consapevolezza di quanto gli ambienti potessero essere d’impatto sulle persone. Questa sensibilità è stata rafforzata quando ho visto Fiddler on the Roof, il mio primo spettacolo a Broadway. Mi sono reso conto come gli spazi potessero essere controllati, manipolati e infine progettati.

Cos’altro ha influenzato di più la sua visione dell’architettura e del design?

La mia famiglia si è trasferita dal New Jersey in Messico quando avevo undici anni. Vivere a Guadalajara è stata un’esperienza di apertura e di formazione. La città era densamente popolata, altamente energetica e satura di colori. Vivere in Messico mi ha aperto gli occhi sul concetto di spazio pubblico. La vita lì si svolgeva all’aperto, nelle strade, nei mercati, con l’arena e il mariachi in piazza. Gli edifici sembravano collegarsi per formare grandi spazi pubblici. Tutto questo mi ha fatto pensare all’architettura in modo diverso, non solo come fisicità dei singoli edifici. Così, quando ero all’università a Syracuse, ho iniziato a sviluppare ulteriormente il mio interesse per l’architettura partecipata, per spazi che tengano in considerazione anche la comunità.

Parlando di ospitalità, c’è una relazione tra la progettazione di spazi effimeri per il teatro e spazi di uso transitorio come possono essere gli hotel?

Sì. Sia il teatro che l’ospitalità sono incentrati sulla scenografia e sulla narrazione, e condividono anche l’idea di comunicare dei messaggi attraverso un’esperienza. Nella scenografia l’esperienza nasce dall’intreccio della sceneggiatura mentre in architettura dal servizio e dal tipo di business (come nel caso di un ristorante, un hotel, un aeroporto, ecc.). Ma, mentre condividono molti aspetti, allo stesso tempo usano strumenti molto diversi tra loro, dalla scelta dei materiali alla tecnologia. Penso che il potere del teatro sia determinato dal fatto che è temporaneo e ogni performance è irripetibile. All’opposto, un edificio è permanente e ci stimola a pensare a quale sarà la sua evoluzione e la tenuta nel tempo.

La sua pratica ricorda in qualche modo quella di una bottega rinascimentale. C’e artigianalità, innovazione e un ampio ventaglio di campi di applicazione. Come si fa a mantenere un tocco personale e artigianale in uno studio così grande?

Ci teniamo a mantenere questa idea di artigianalità dell’architettura, infondendo in ogni progetto un sentimento di autenticità e una sensazione di meraviglia. Siamo dei fanatici della ricerca, vogliamo comprendere ogni aspetto di un problema, vogliamo capire come i materiali possano essere utilizzati, combinati o addirittura inventati. È un’”ossessione imprescindibile”, che nutre intimamente la nostra pratica.

Cosa vi guida durante la progettazione di un hotel, cosa deve essere necessariamente offerto e garantito agli ospiti?

L’ospitalità è caratterizzata da un aspetto pubblico, quello della socializzazione, e da uno privato, quello legato al riposo. I viaggiatori apprezzano e preferiscono sempre di più la possibilità di compiere un’esperienza e di interagire con la comunità rispetto all’opulenza e ai beni materiali, e penso che questo sia un trend a lungo termine. I brand dell’hotellerie si stanno spostando verso il “localismo” e verso strutture più personalizzate. In parte è un riflesso dell’isolamento fisico associato ai social media e in parte è legato al riconoscimento di un fattore primordiale: di base, l’ospitalità richiede un tocco umano.

Esiste un elemento peculiare, un segno che identifichi il Gruppo Rockwell nei progetti di ospitalità?

Il nostro studio non ha uno stile definito. Siamo guidati da idee piuttosto che da stili o tendenze. Credo che i nostri progetti colpiscano in quanto spazi che connettono le persone tra loro, che creano rituali e incoraggiano la scoperta, piuttosto che per una singola estetica o uno specifico approccio.

Sembra che nel suo lavoro, lei si diverta molto. Qual è il segreto?

Mi sento molto fortunato ad andare in ufficio ogni giorno e condividere, sperimentare e collaborare con un gruppo di persone così talentuose come Shawn Sullivan e Greg Keffer, i miei partner, e tutta la nostra squadra di architetti, designer, artisti, tecnologi, scultori. E inoltre la mia incondizionata curiosità a esplorare cose diverse non è diminuita nel tempo. E anche se ormai abbiamo sviluppato determinate competenze in campi specifici, non ci isoliamo mai nella ripetizione dello stesso tipo di progetto.