Andrea Auletta

Breakfast, Bed e Bathroom, le tre B che, secondo Andrea Auletta, determinano l’esperienza di un soggiorno. E che, di conseguenza, sono le tre pietre miliari dalle quali partire nella progettazione dell’hotel. Comincia così la nostra intervista, che spazia poi dal budget al committente, dal coinvolgimento dei sensi alla creatività

di Claudio Moltani

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Figura professionale di spicco nel mondo dell’hotellerie, Andrea Auletta ha esordito con la più classica delle modalità, la gavetta, fatta nello studio di Andrea Branzi – “dove ho imparato moltissimo a lavorare, e immaginare, il prodotto” – ci dice come corollario alla nostra chiacchierata – per poi passare alla collaborazione con Ferruccio ed Elisabetta Fabri, che determina l’inizio di una decennale e proficua collaborazione con il Gruppo Starhotels.

Apre un suo studio a Firenze, e da poco, approda anche a Milano, città nella quale firma l’E.Co.HO Hotel, premiato come il miglior albergo sostenibile d’Europa.

Vedremo, poi, come la sostenibilità e le tematiche a essa collegate sono un fil rouge nell’operare di Andrea, come emerge nella domanda finale di questa intervista, quando gli chiedo di immaginare un progetto “senza limiti”, né di budget né di contesti geografici che, come è evidente, contribuiscono a contestualizzare ogni albergo: “Non nego che devo pensarci sopra, per rispondere a questa domanda. Facciamo che scegliamo New York, città cosmopolita che non ha gli stessi vincoli architettonici e culturali di un luogo come Venezia. Stabilito questo, posso dire che sceglierei, come d’altronde faccio sempre, di ‘portare con mè’ il concetto di italianità, di made in Italy, perché sono sempre più convinto che il nostro know how, non solo in questo settore, è semplicemente ineguagliabile. E poi, sceglierei un percorso forte di sostenibilità, immaginando una struttura letteralmente impossessata dalla natura, dalla luce, con uno sviluppo orizzontale, dove il dentro si compenetra con il fuori”.

Sarebbe bello, allora, operare senza limiti, né di budget né di altro?

“No, per me funziona esattamente l’opposto. Datemi dei paletti, che a mio parere danno un indirizzo, indicano una direzione, e io mi sforzerò di superarli, con delle soluzioni creative ma sicuramente anche rispettose del budget concordato”.

Il budget, un elemento ricorrente: “In questo settore il budget, e il committente, sono le pietre angolari sulle quali si fonda l’intero progetto. Un albergo è business puro. La prima domanda che il proprietario si fa, davanti a un progetto, è ‘quante notti mi costa questo intervento?’, una sorta di algoritmo, determinato dalla redditività di ogni singola camera, dal quale poi è facile evincere la redditività, o meno, dell’intero albergo”.

È evidente che siamo bel lontani dal settore residenziale: “Certo, anche nel residenziale esistono business plan, vincoli, tempi, ma nel nostro settore sostengo che anche le emozioni, o le esperienze, che il cliente può vivere nel suo soggiorno dipendono dal budget. Da qui, poi, diparte tutta una serie di attenzioni ineludibili, come i costi di manutenzione, dove la scelta dei materiali diventa strategica, posando, ad esempio, materiali che non deperiscano velocemente, che non provochino eccessivi costi nella loro pulizia. L’albergo è una ‘macchina viva’, lavora 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno, è un grande divoratore, e l’usura della struttura, e dell’immagine, va messa in conto. Fermo restando la pulizia e la qualità del servizio e della accoglienza, che sono fondamentali, il progettista deve essere attento e previdente su ogni aspetto che contribuisce a narrare la struttura: dalla silenziosità alla sostenibilità, dagli interventi più tecnici – pensiamo solo al risparmio idrico – alla domotica, che deve essere easy, intuitiva e non soverchiata dalla visione spesso supertecnologica dell’impiantista. Tutto deve concorrere a dare contenuto al progetto. Certo, in questo modo si aumenta il budget di avviamento, ma poi si innesta un circuito virtuoso con il budget di esercizio”.

E in questo contesto, quale è il ruolo del committente? “Dipende dalla tipologia del committente: può essere una famiglia, proprietaria dell’albergo, oppure una catena o, anche, un fondo d’investimento. Dipende da chi hai davanti, nella grande proprietà avrai sicuramente un management magari più ‘freddo’, più attento ai numeri, agli standard di catena o di circuito, mentre la famiglia sarà più presente, più coinvolta, più protagonista. Tutti, però, controlleranno anche il costo della singola boccetta di shampoo. Il committente può anche stimolare, a me è capitato, nella mia prima realizzazione di un albergo termale, quando il proprietario mi ha espressamente chiesto di porre un’attenzione speciale a tutta la pavimentazione dell’albergo, perché voleva mettere a proprio agio i clienti dando loro la possibilità di aggirarsi in tutti gli spazi in pantofole e accappatoio”.

In pratica, il tuo compito non si esaurisce certo nella semplice progettazione di una struttura. “Assolutamente no. Coordino ogni aspetto, dalla scelta dell’arredo, che è tutta su disegno, al buffet, ovviamente diversissimi fra loro. Dal breakfast cinque stelle, dove sono obbligatori i centrifugati biologici, all’hotel business dove la colazione deve essere efficiente e veloce, senza per questo rinunciare alla qualità. Ecco, la qualità per me è tutto, e qualità, spesso, non fa rima con quantità. Il cliente deve essere coccolato in ogni aspetto, se si trova a Napoli devi fargli trovare una sfogliatella, mentre a Milano un panettoncino è gradito. Sembrano piccolezze, ma contribuiscono a garantire quell’esperienza di cui parlavo. Che deve coinvolgere tutti i sensi, gli occhi, in primis, ma anche l’olfatto, l’udito, financo il tatto, basti pensare che il primo gesto che tutti noi compiamo, appena entrati in un hotel, è quello di appoggiarsi al banco della reception. I materiali, spesso, sono una delle chiavi di lettura del successo, o meno, di un albergo”.

E tu come ti tieni informato sulle performance dei materiali? “In molti modi, tutti ugualmente importanti. Ricevendo i fornitori delle aziende, che in studio mi tengono informato su caratteristiche e prezzi. Poi, partecipando alle fiere, dove mi è facile toccare con mano materiali d’ogni tipologia e controllando le riviste, anche quelle di moda, per verificare le varie tendenze. Anche i social e, ultimo ma non ultimo, guardando, da ospite, gli altri alberghi”.

Hai un materiale prediletto? “No, anche se sicuramente ho delle grandi affinità con alcuni, il velluto, ad esempio, che non manca mai nei miei progetti. Anche noi architetti, comunque, evolviamo, cambiando gusti e magari anche aspettative. Da qualche tempo, sto lavorando benissimo con la carta da parati, che offre delle possibilità di personalizzazione davvero notevoli (oltre che una facilità ed economicità di manutenzione ben accetta ai proprietari), che disegno o faccio disegnare da artisti”. Non a caso nello studio milanese di Auletta sono ben visibili le carte da parati utilizzate nel recentissimo lavoro dell’Hotel Il Tornabuoni di Firenze, con disegni di farfalle, scarabei, pappagalli e scimmiette che giocano in piena armonia con materiali più territoriali come il cuoio, il cotto, l’ottone, la pietra serena.

Visto che parliamo di materiali, immagino che anche qui l’italianità sia più che presente. “Siamo i migliori. Punto. E l’Italia, con i suoi colori e i suoi prodotti sarà sempre presente nelle mie realizzazioni. La soddisfazione che dà lavorare con le aziende italiane è impagabile, e la qualità dei tessuti, del legno, del marmo, ineguagliabile”.

Non ti stanchi mai di progettare? “No. Perché non mi ripeto mai. Ogni volta, ogni progetto e ogni albergo, nuovo o vecchio che sia, è una cosa completamente nuova, diversa dalla precedente. D’altronde, l’intero mio percorso professionale sta lì a dimostrare quanto io non mi senta mai limitato, o ingabbiato, da mode o da aspetti seriali. Anche se lavoro, e bene, con grandi catene, la personalizzazione non solo è apprezzata, ma richiesta. E anche il guizzo, l’estrosità di una camera one off, come è capitato a Londra e Milano, una camera unica, completamente avulsa dallo standard dell’albergo, una unicità che ha riscontrato fin da subito un successo straordinario”.