Studio WATG: Chiara Calufetti

È italiana la signora dell’hotellerie internazionale, ma vive a Singapore dove è vicepresidente associato di WATG, studio multinazionale di architettura specializzato nella progettazione di hotel. Ecco cosa ci racconta della progettazione alberghiera su larga scala

di Laura Verdi

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Cosa significa progettare alberghi su larga scala, quindi non dieci, 20, 30 camere d’albergo ma 100, 200, 300 per volta, l’abbiamo chiesto a Chiara Calufetti, architetto italiano che vive a Singapore, dove è vicepresidente associato, per la sede nel sud est asiatico, dello studio di architettura internazionale WATG, con dodici sedi nel mondo, specializzato da più di 70 anni in hospitality.

Lavorare con le grandi catene alberghiere vuol dire progettare in un’ottica macro, non uno ma tanti alberghi. Cosa cambia nella progettazione?

Anche se si progettano più alberghi per le grandi catene, il progetto di un albergo rimane comunque unico. Spesso, però, è necessario seguire le linee guida dettate dagli operatorI. Questa tendenza, oggi, sta diventando sempre più fluida, nel senso che l’operatore ha capito l’importanza del progetto che garantisce un’esperienza unica, sia perché contestualizzato al luogo in cui è collocato l’albergo sia per caratterizzazione degli interior. La standardizzazione è un concetto che nel tempo sta venendo meno. Un tempo, le regole prevedevano che certi materiali dell’edificio, i colori ele finiture seguissero specifichelinee guida,non c’era margine di manovra. Ora non è più così. C’è spazio per la variante innovativa, c’è una maggiore attenzione alla localizzazione, più interesse per la tradizione che influenza il progetto.Penso che questo sia molto importante, quando un viaggiatore entra in un albergo deve sapere dove si trova, deve essere in grado di riconoscere e apprezzare elementi della cultura locale.

Dietro a ogni operazione c’è una considerazione di ordine economico. La progettazione non standardizzata rischia di compromettere l’investimento?

Non necessariamente. Progettare con le grandi catene alberghiere come per ogni altro cliente significa fare sempre i conti con il budget messo a disposizione. Quindi c’è un monitoraggio costante dell’iter progettuale, della fase costruttiva e del rientro economico. Se ci si accorge che si sta uscendo dal budget si applicano le dovute correzioni. Comunque un minimo di standardizzazione, lavorando in grande, bisogna pur mantenerla, per esempio nella progettazione della camera tipo. Ma l’abilità del designer è anche quella di identificare elementi del progetto che possano trarre beneficio dalla standarizzazione e altri elementi da progettare fuori standard pur rimanendo nel budget prefissato.

Che cosa vuole il committente?

Tutti i clienti con cui noi lavoriamo vogliono qualcosa di speciale, vogliono un progetto che batta la concorrenza, qualcosa di diverso. Voglionoun progetto “wow”, pronto per avere una presenza sui social media ed essere riconoscibile.

Cosa è cambiato nella progettazione alberghiera?

Sono cambiate alcune priorità. Una volta era fondamentale il progetto dei servizi. Per servizi intendo tutto ciò che è invisibile ma funzionale e fondamentale per un’ospitalità di eccellenza, per esempio lo studio dei flussi, dei percorsi dello sporco e del pulito. Da quando gli operatori hanno incominciato ad affidarsi alla progettazione dei grandi architetti, quasi è passata in secondo piano la funzionalità a favore di una wow experience. Sto ovviamente estremizzando il concetto. Ma alcune piccole disfunzionalità vengono accettate in cambio di un effetto finale che sia unico.

Ma quindi chiunque, basta che sia un bravo architetto, può progettare alberghi?

Essere un bravo architetto è un plus, considerando la complessità funzionale e le esigenze estetiche dei clienti e degli operatori.Sono importanti la specializzazione e la conoscenza del settore e, soprattutto, non perdere di vista la funzionalitàa favore di una forma creativa imposta da alcuni studi di successo.

Quali sono i giusti ingredienti di una buona progettazione e qual è il vostro approccio?

Alla base ci deve essere una forte capacità di ascolto delle esigenze del clientee degli operatori.Il nostro approccio alla progettazione è di tipo integrato. Soprattutto nella sede di Singapore stiamo cercando di affrontare il progetto in toto, dal landscape all’architettura, al design degli interni in modo da offrire un’unica esperienza sensoriale. Spesso infatti ci si trova di fronte ad architetture che non dialogano con il dettaglio degli arredi e che risultano scollegate a livello percettivo. Quello che cerchiamo di fare, invece, è offrire un’unica lettura stilistica. Sembra una cosa facile ma non lo è, perché gli operatori spessopreferiscono affidare gli incarichi a studi diversi, sostenendo che la tensione che si crea nel confronto tra differenti idee progettuali generi un prodotto finale migliore.Questo funziona solo se i progettisti hanno voglia di collaborare e confrontarsi, accettando la sfida ma con l’interesse del progetto in testa.

Quanto di vostro e quanto del cliente c’è nel prodotto finito?

Dipende. Ci sono clienti che ci commissionano il lavoro affidandosi alla nostra esperienza e ci lasciano carta bianca. Questo succede in particolare con i clienti piccoli, che non hanno una grande esperienza di hospitality. Il cliente grande, invece, che magari ha diversi alberghi, cerca di riproporre le stesse dinamiche che funzionano nelle sue proprietà. Oppure c’è il cliente della seconda generazione, sui 30-40 anni, che subisce molto il fascino dei social, crea la propria bacheca su Pinterest di begli esempi architettonici e poi li vuole tutti nel progetto. Oggi è facile trovare l’ispirazione sul web, basta un click. Ma questo porta a dover fare dei compromessi progettuali ed estetici con risultati spesso mediocri.

Preferite lavorare con le grandi catene o con realtà minori?

Personalmente preferisco lavorare in situazioni dove c’è più possibilità di creare qualcosa di unico. Il cliente di media dimensione è più propenso ad accettare consigli. Con il grande cliente ci sono più vincoli progettuali, e organizzazioni più complesse con cui discutere i progetti e con le quali è difficile stabilire un rapporto personale.

Quanti alberghi progettate all’anno?

Solo nella sede di Singapore, vengono progettati una trentina di alberghi all’anno. Non tutti vengono realizzati. Ci capita spesso di lavorare con clienti che richiedono un concept ma che ancora devono finanziare l’idea, quindi trovare l’investitore e le coperture economiche. In altri casi, invece, il cliente è già pronto per l’investimento. Eccezionale il caso del Sofitel Nusa Dua di Bali, di cui sono stata il Senior Designer in collaborazione con Ron Van Pelt, un albergo di 400 camere, due sale da ballo, una cappella per matrimoni, 3 ristoranti, spae centro wellness, una superficie di circa 32.000 metri quadri, realizzato in soli due anni. Il cliente aveva promesso al presidente dell’Indonesia di aprire l’hotel per l’Asia Pacific Economic Cooperation meeting,  alla fine del 2013. I primi ospiti a usufruire della sala conferenze, con vista sulla spiaggia – l’unica con questa caratteristica a Bali- sono stati i presidenti delle 21 Nazioni invitate.

A cosa sta lavorando ora?

Al momento sto lavorando al progetto del Crimson a Boracay nelle Filipppine, sviluppato per un operatore locale, su una superficie di circa 24.000 metri quadri. Si tratta di 200 camere e 20 ville, realizzate in una baia privata accessibile via terra solo da una strada, su un sito caratterizzato da un dislivello di 25 metri. La notevole differenza di quota ci ha offerto la possibilità di realizzare vari blocchi disposti su diversi livelli, in modo da poter usufruire di ogni spazio a disposizione. In questo modo i tetti delle unità disposte a un livello inferiore diventano giardino o piscina per le unità del piano superiore. Il progetto, come molti di quelli ai quali ho lavorato, si ispira alla cultura locale e incorpora elementi unici del genius loci. Il principio costruttivo è semplice, basato sull’uso del cemento armato con pochi elementi decorativi ispirati ai pattern delle case locali, costruite in legno e con le pareti perimetrali realizzate in pannelli di foglie di palma essiccate e intrecciate. È un progetto al quale sto lavorando dal 2012, in collaborazione con Tom Williams, ed è in fase di completamento.

Cosa vede nel futuro dell’hospitality?

A oggi la progettazione dell’hospitality è finalizzata al settore alberghiero ma diventerà sempre più importante anche in altri settori.L’esperienza acquisita nel design e nella gestione dell’hotel sarà sempre più capitalizzata nel settore residenziale allargato, quindi non solo residenza pura e di lusso ma anche in quelle strutture come il “senior living”, progetti realizzati per persone che non lavorano più ma rimangono attive e vogliono sentirsi in vacanza tutti i giorni.